MAESTRI BIANCHI E REBAGLIATI
Introduzione del M° Rebagliati.
Ho tenuto a precisare quanto sopra, perché essendo questo un promemoria destinato agli atleti dell’Unione Gruppi Jiu Jitsu, essi sappiano cosa rispondere quando qualche allievo dei miei ex colleghi, passati ad altre federazioni, dirà loro che il sottoscritto non insegna il “Metodo Bianchi”. In questi ultimi anni ho assistito ad un progressivo degradamento e impoverimento della “Dolce Arte” e solo l’attaccamento al Jiu Jitsu dei molti amici che ho nell’U.G.J. mi ha impedito di smettere di interessarmene. Qualcuno dei miei ex colleghi è passato sotto la FE.SI.KA., molti altri sotto la F.I.K. e tutti quanti hanno dovuto rinunciare a parte della classificazione delle cinture, alla prova di “F.G.”, allo stesso nome di Jiu Jitsu, alla propria individualità ….. alcuni chiamano la “Dolce Arte” Ju Jutsu, altri Ju Jitsu e nessuno ricorda più che il Maestro Bianchi non perdeva occasione per spiegare quale era il vero nome del Suo Metodo.
(Omissis).
Il JIU JITSU in Giappone.

Il Metodo Bianchi.
Il Maestro Bianchi, diversamente da altri che portarono il Jiu Jitsu in Italia come lo avevano imparato, lo modificò adattandolo al nostro modo di pensare. Lasciamo la spiegazione di ciò allo stesso Maestro Bianchi: “Essendomi reso conto delle difficoltà che incontrano gli occidentali nell’adattarsi ad alcune discipline orientali per le diverse abitudini di vivere e di pensare, venni nella conclusione di fare in modo che ogni occidentale potesse essere introdotto nella conoscenza dell’autodifesa, senza intaccarne le abitudini e senza deviarlo dai suoi rituali movimenti ed in particolare, senza costringerlo a fare cose che la sua origine di occidentale non gli permette di fare.
Insomma orientalizzarlo quel tanto che basti per certi tipi di esercizi”.
(La Dolce Arte del Samurai – Genova 1956)
Il M°Bianchi, seguendo questi principi, scompose quanto aveva appreso e lo riordinò in settori numerati che tenevano conto di prese e di sistemi di attacco tipicamente occidentali ed introdusse un nuovo sistema di entrata nelle tecniche fondamentali d’anca e di sollevamento. Un’altra innovazione fu data dal fatto che i vari movimenti non furono più identificati con termini giapponesi, ma con corrispondenti termini italiani. Il Jiu Jitsu che derivò da tali mutamenti risultò un sistema di difesa e di allenamento psicofisico più consono alla mentalità occidentale.
Nel 1956, Bianchi diede alle stampe un libro che descriveva il suo metodo con serie di fotogrammi molto particolareggiati e che conteneva il primo abbozzo di regolamento di quella che Egli volle definire la “Dolce Arte”, durante le gare agonistiche. In seguito il sistema illustrato nel libro subì dei cambiamenti e fu sostituito, mentre a Savona, che fu il primo centro di divulgazione fuori dalla provincia di Genova, alcuni discepoli del Maestro Bianchi presero ad insegnare il Jiu Jitsu in maniera diversa, pur lasciandolo integro nella sostanza. La diversità dal metodo originale consisteva nell’insegnare le tecniche in progressione di difficoltà e tale variazione, voluta e perfezionata dal Maestro Rebagliati, divenne, dal 1959, il programma della palestra Priamar di Savona, programma che in seguito fu trasmesso all’Unione Gruppi Jiu Jitsu. Il M° Bianchi considerò tale derivazione parte integrante e migliorativa del proprio metodo ed a conferma di ciò, nell’ottobre del 1960 consegnò alla palestra Priamar del Maestro Rebagliati, il gagliardetto che veniva conferito alle società che praticavano il Metodo Bianchi.

Il JIU JITSU Metodo Bianchi fino alla morte del Maestro.
Il JIU JITSU Metodo Bianchi fino alla fondazione della nuova F.A.N.J.
Dalla posizione di attesa alla fondazione dell’Unione Gruppi Jiu Jitsu.
Dopo qualche anno di lavoro, come descritto sopra, fu creato un organismo chiamato Unione Gruppi Jiu Jitsu (U.G.J.) che fu preposto all’inquadramento della “Dolce Arte” e gli venne dato uno Statuto provvisorio, nell’attesa che fosse completata la stesura di quello definitivo, che fu redatto con atto notarile nel 1974.
La Confederazione Italiana Gruppi JIU JITSU ( C.I.G.J.)
Mentre a Savona i dirigenti dell’U.G.J. lavoravano alla stesura dello Statuto definitivo dell’Unione e dei relativi Regolamenti, a Genova alcune palestre che avevano aderito alla F.I.K. ne uscirono e si resero momentaneamente autonome: a questo punto tra i due gruppi ebbero luogo dei contatti. I genovesi erano propensi alla costituzione di una nuova Federazione, mentre i savonesi, consci sia dei diversi sistemi di insegnamento che delle diversità che si erano frapposte sia pure in pochi anni di divisione, suggerirono la creazione di una Confederazione e tale punto di vista fu accettato. Una Confederazione permetteva di lasciare intatte le diverse identità che col tempo avrebbero potuto giungere ad una unificazione spontanea, in sostituzione di una difficoltosa fusione immediata. L’U.G.J. si incaricò della messa a punto dello Statuto confederato, che fu approvato dalle due unioni di gruppi nella seduta plenaria del 16 febbraio 1972. La Confederazione Italiana Gruppi Jiu Jitsu ebbe una breve vita; i genovesi in quei pochi anni di connubio con altre discipline di origine orientale avevano buona parte dimenticato i principi che definiscono la “Dolce Arte” e così, senza giungere ad una aperta rottura, i due gruppi tacitamente e progressivamente si allontanarono.
Successivamente alcune palestre genovesi rientrarono nella F.I.K., mentre altre aderirono alla FE.SI.KA.
Forme di diffusione del JIU JITSU in Italia.
E’ stato detto precedentemente che il Jiu Jitsu, e non solo questo, visse i suoi primi aneliti nel nostro paese grazie ai nostri marinai, che ne ebbero rudimento durante la loro permanenza in Oriente; piano piano, con l’accentuazione di scambi, si allargò gradatamente la cerchia di persone con discrete cognizioni di lotta giapponese e cominciarono a sorgere i primi nuclei di divulgazione. Per quanto riguarda il Jiu Jitsu, esso visse in qualche parte d’Italia in uno stato embrionale, intendendosi per ciò, che esso non conobbe mai un momento di diffusione autonoma, sia per le diverse tecniche dei cultori non in contatto tra loro che per la mentalità che gli si era creata intorno, tendente a confinarlo nel limbo di un settore quale l’autodifesa, complementare a volte di una lotta dall’indirizzo esclusivamente sportivo come il Judo. La genialità del M° Gino Bianchi di Genova, seppe dare alla “Dolce Arte” una precisa collocazione tramite una regolamentazione ed un adattamento alla mentalità occidentale che da allora fu chiamato “Metodo Bianchi stile occidentale”, fu portato avanti a livello federale nel modo che è stato descritto nelle pagine precedenti. Molti Maestri di lotta giapponese hanno scritto, detto e dicono ancora che il Jiu Jitsu ha cessato di esistere, dopo tutta una serie di mutilazioni, tra le quali la più citata si riferisce alla nascita del Judo, alla fine del secolo scorso. Noi, non per spirito di polemica, ma per una doverosa difesa di ciò in cui crediamo, dei cui valori tecnici e morali siamo convinti, possiamo tranquillamente affermare che basta aprire gli occhi e guardarsi intorno per accorgersi che questa disciplina è ben viva.
Dal 1979 al 1988 (Relazione del M° Giancarlo Giusto)
- Palasport di Savona
- Palaitis di Mondovì
- Palalido di Milano
- Palazzo a Vela di Torino
Il 1982 è l’anno in cui esce il programma particolareggiato tuttora in vigore frutto di duro lavoro delle Cinture Nere e di alcune cinture Marroni. Detto programma è un documento atto ad unificare sempre di più il metodo di insegnamento. In tutti gli anni successivi fino a tutto il 1985, si è vissuto in una crisi di ideologie che hanno portato ad una dolorosa separazione con il M° Rebagliati, che rassegna le dimissioni dall’U.G.J. perché non in accordo con la politica del Consiglio Direttivo. L’U.G.J. non muore, anzi si è difesa e quella che il M° Rebagliati ha sempre (e anche giustamente) considerato una “Sua creatura” ha continuato a muoversi e lavorare fino ai giorni nostri (siamo nel 1988) dove per ampliare vedute, spazi e tecniche ha aderito alla World Jiu Jitsu Federation ed alla F.I.L.P.J. cercando di non perdere quel “treno” che è la continua evoluzione delle Arti Marziali. A proposito voglio citare in conclusione poche righe scritte dal nostro fondatore M° G. Bianchi nel suo libro, “La Dolce Arte del Samurai” per giustificare l’occidentalizzazione del suo metodo: “Si nota il contrasto con gli orientali che lo praticano quasi come un rito restando fermi nelle tradizioni e non ammettendo aggiornamenti di sorta malgrado gli usi e i costumi siano in continua evoluzione”.
(La Dolce Arte del Samurai – Genova 1956)

