BONSAI

Il Bonsai ha un fondamento religioso e filosofico. Come L’Ikebana (disposizione artistica dei fiori) viene usato dai giapponesi per decorare il Tokonoma (piccolo altare della casa giapponese). E’ il luogo ove meditare e contemplare la bellezza, serenità e pace della natura.
Quasi mille anni fa, in Giappone, qualcuno scrisse il più antico manuale di giardinaggio del mondo.
Si chiama Sakuteiki. Vuol dire, più o meno, “memorie sul fare giardini”.
Lo scrisse un nobile di corte del periodo Heian. Una sola istruzione cuore di tutta l’arte del giardino giapponese.
Quando devi posare una pietra in un giardino, devi seguire la richiesta della pietra.
Una pietra non parla. Una pietra non chiede niente. È un sasso. E’ necessario ascoltare cosa quella pietra sta chiedendo. Dove essere posta.  Quale delle sue facce vuole mostrare alla luce. Il giardiniere giapponese, secondo il Sakuteiki, non impone alla pietra dove andare. Collabora con lei. Guarda la sua forma, il suo peso, le sue crepe, e poi la mette dove la pietra, in un certo senso, già voleva essere. E questo non vale solo per le pietre. Vale per tutto il giardino.
Il giardiniere giapponese non costringe l’albero a una forma decisa a tavolino. Guarda come l’albero sta crescendo, capisce dove vuole andare, e accompagna quella direzione. Non obbliga il muschio a crescere dove dice lui. Lascia che il muschio si prenda gli angoli umidi che il muschio preferisce. Non piega l’acqua. Asseconda la pendenza che il terreno ha già. Il giardino giapponese, quello che a noi sembra l’esempio più alto di natura controllata, perfetta, curata in ogni centimetro, in realtà nasce dal principio opposto al controllo. Nasce dall’ascolto. Il giardiniere ha un’intenzione, certo, ha un progetto, ha gusto. Ma il giardino bello nasce nel punto preciso in cui la sua intenzione incontra la volontà delle cose, e le due si mettono d’accordo. Un giardino dove l’uomo ha imposto tutto, e non ha ascoltato niente, in Giappone non è considerato un bel giardino. È considerato un giardino morto.